{"id":5301,"date":"2018-03-22T11:29:14","date_gmt":"2018-03-22T11:29:14","guid":{"rendered":"http:\/\/www.claudiosottocornola-claude.com\/wordpress\/?p=5301"},"modified":"2018-04-27T08:22:46","modified_gmt":"2018-04-27T08:22:46","slug":"idee-pop-per-un-viaggio-alle-origini","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.claudiosottocornola-claude.com\/wordpress\/archives\/5301","title":{"rendered":"Idee pop per un viaggio alle origini"},"content":{"rendered":"<p>Mentre scrivo queste note introduttive ai disegni di \u201cPop Ideas\u201d ho ancora nella testa le note di\u00a0 un cd appena acquistato con 21 pezzi storici di Paul Anka, teen-idol anni \u201950 e \u201960 di origine libanese che spopol\u00f2 in America ed Europa, ma un po\u2019 in tutto il mondo. Quella voce calda, pastosa, potente, associata a un fisico robusto, da bravo ragazzo della provincia americana, regalava e regala ancora un senso di espansione, allegria, ingenuit\u00e0, che fotografa perfettamente le grandi emozioni e aspettative di una generazione che allora si affacciava alla vita con la convinzione che forse ce l\u2019avrebbe fatta, a riscattarne il senso e le speranze pi\u00f9 riposte, nel segno di una bellezza che si annunciava come compito e come destino ineludibile.<\/p>\n<p>A me poi, che ero bambino mentre ascoltavo Paul Anka alla radio intonare al Festival di Sanremo del 1964 \u201cOgni volta\u201d, inno dell\u2019emigrante,\u00a0 in un improbabile ma calorosissimo italiano, quella voce, suggeritami anche dalla curiosit\u00e0 di mio padre, regalava\u00a0 una sensazione di incontenibile gioia e aria di casa, che da allora ho sempre associato agli anni \u201960 (ma forse un po\u2019 anche \u201950), e soprattutto alla mia infanzia (avevo cinque anni nel \u201964) che, per quanto pensosa, era ancora lieta e serena. Ecco, considerato quanto, dal \u201968 in poi, anche la colonna sonora del mondo attorno a me si andava problematizzando, parallelamente all\u2019ingresso in\u00a0 un\u2019adolescenza che, per definizione, non pu\u00f2 che essere meno felice dell\u2019infanzia, quegli anni non potevano che cristallizzarsi in me come gli anni di una limbica ma felice condizione di attesa del meglio che, ovviamente, non sarebbe arrivato.<\/p>\n<p>Capite perch\u00e9, rispetto alla mia generazione, che si \u00e8 nutrita di rock progressivo, cantautori e, al limitare degli anni \u201980, di glam, disco-dance, house, punk e quant\u2019altro, il mio struggimento, la nostalgia, il mythos fondativo, sono stati invece i primi anni \u201960, Beatles e teen-idol in genere, lo y\u00e9-y\u00e9 e, a ritroso, crooner e rock and roll, con qualche sconfinamento nella canzone francese (vedi Piaf) e affine (vedi Paoli). In et\u00e0 matura poi, il recupero si \u00e8 spinto verso gli anni \u201950 anche italiani, dalla canzone melodica al non sense, in una spinta regressiva che attraversa, in risalita, tutto il \u2018900. Tale spinta <i>\u00e0 rebours <\/i>poi, a me che ho sempre amato immergermi nel contemporaneo, si \u00e8 radicalizzata a fronte dei processi di palese involuzione e degrado del pop contemporaneo (leggi trionfo del mercato, talent e intrattenimento televisivo in genere, musica liofilizzata <i>ad usum<\/i> smartphone, totale integrazione del rock e del suo sostituto, il rap,\u00a0 nelle logiche di consumo, ecc.), spingendomi ad un approccio sempre pi\u00f9 <i>storico<\/i> e dunque <i>memoriale<\/i> alla canzone, che per me sconfina, a differenza di altri storici del settore, nella contemplazione del <i>mito<\/i>.<\/p>\n<p>Il grande mito dell\u2019et\u00e0 della mia infanzia.<\/p>\n<p>A fronte del declino di civilt\u00e0 cui assistiamo, che non include purtroppo solo rock e affini, ma moltitudini e un intero assetto o paradigma esistenziale collettivo, il mio amore per il pop \u2013 come ovvia contrazione di popular \u2013 si \u00e8 cos\u00ec sempre pi\u00f9 configurato come una grande occasione regressiva, di <i>full immersion <\/i>nei paradisi della mia infanzia, alla ricerca di una antropologia alternativa, autentica e circense, marginale e sconfitta, rivoluzionaria e felice, che da allora io non ho pi\u00f9 incontrato. La pubblicazione di \u201cVariet\u00e0\u201d (Marna, 2016), volume che raccoglie le mie interviste ai divi del pop realizzate fra il 1989 e il 1994, testimonia una felice circostanza che qui vale la pena di raccontare. In quegli anni infatti, per una serie di concause, mi incontrai con i divi della mia infanzia, dalla Pavone a Morandi, da Bobby Solo a Little Tony, dalle Gemelle Kessler a Iva Zanicchi, da Edoardo Vianello a Mal dei Primitives, e li sottoposi a una serie di interviste che avevano per me un forte significato emotivo e simbolico: dialogare col mito, non tanto di personaggi pi\u00f9 o meno famosi, ma della mia infanzia, di un\u2019et\u00e0 felice in un tempo felice o che aspettava la felicit\u00e0\u2026 E quei dialoghi erano un po\u2019 la testimonianza che il mito pu\u00f2 diventare realt\u00e0, se si \u00e8 sufficientemente testardi e incoscienti da impegnarsi perch\u00e9 ci\u00f2 accada.<\/p>\n<p>Analoga esperienza ho provato quando, nel 1975, vinsi una borsa di studio AFS che mi port\u00f2 per un anno di studio e vita familiare in America, nel Connecticut. Anche l\u00ec il mito (l\u2019America ambivalente, ma sognata dall\u2019intera mia generazione come il luogo di tutti i possibili) si incontrava con la realt\u00e0 della mia vita di adolescente italiano nato nel 1959. Come si pu\u00f2 vedere, non potevo avere vissuto che per un breve flash gli anni \u201950, ma ancora una volta, in una specie di inedito \u201critorno al futuro\u201d, mi ritrovai immerso in una realt\u00e0 che, dalla nascente serie televisiva di \u201cHappy Days\u201d (che vidi in anteprima rispetto ai miei coetanei italiani), al trionfo dell\u2019epica cinematografica di \u201cAmerican Graffiti\u201d di George\u00a0 Lucas (in cui rivedevo ancora una volta il mito della mia infanzia), dai vinili che mi regalavano di Elvis Presley, Eddie Cochran ed Everly Brothers alle villette allineate \u00a0(secondo i canoni dell\u2019<i>American dream<\/i>) di South Windsor, piccola cittadina alle porte di Hartford, capitale del Connecticut, dove mi trovavo\u2026 tutto insomma mi trasportava dentro il sogno di un\u2019et\u00e0 che avevo creduto perduta o irraggiungibile, e che mai avrei pensato di vivere sulla mia pelle, realmente e senza equivoci.<\/p>\n<p>Altra intersezione fra mito e realt\u00e0 \u00e8 stata allora, a met\u00e0 degli anni \u201970, la familiarizzazione, al Guggenheim di New York, con la grande arte americana contemporanea, soprattutto la pop art di Warhol, Licthenstein, Rauschenberg e gli altri, ma anche il realismo di Hopper. Allora \u2013 mi dicevo \u2013 era possibile pensare e interpretare il mondo in un&#8217;altra maniera, allora c\u2019erano altri che <i>sentivano<\/i> un po\u2019 come me, allora il mio immaginario poteva nutrirsi e crescere, trovare amici, affinit\u00e0, divertimento! Ero iscritto, in high school, anche a un corso di <i>Basic Drawing<\/i>, dove approfittai dell\u2019esperienza per sbizzarrirmi un po\u2019. Ma una cosa \u00e8 certa: avevo capito che la grande arte era una <i>full immersion<\/i> nella vita, nel contemporaneo, nel rumore e nei suoni della strada. <i>On the road\u2026<\/i><\/p>\n<p>Ecco, poi sono tornato in Italia, dove mi attendeva l\u2019amore della mia famiglia. Ma, con la fine del \u201csogno americano\u201d, finiva anche il \u201csogno della mia infanzia\u201d.<\/p>\n<p>Molto tempo \u00e8 passato, e queste righe che scrivo a tarda sera, prima di coricarmi, con un tempo che \u00e8 ormai quello delle \u201cAutumn leaves\u201d, sia biograficamente che epocalmente,\u00a0 sono pensate, come si accennava all\u2019inizio, per un fine pratico e immediato: presentare i disegni, che preferirei chiamare <i>ideas<\/i> per una volontaria assenza di elaborazione grafico-concettuale, che ho raccolto nella serie \u201cPop Ideas\u201d. Nel corso di un paio di estati che non so nemmeno identificare, presumo fra il 2010 e il 2013, mi sono messo a tracciare disegni con matite colorate, pongo e pennarelli, che fossero fedeli a un\u2019ispirazione elementare, a un tratto che partisse dai meandri dell\u2019inconscio o, pi\u00f9 semplicemente, della fantasia, a colori primari e rozzamente spalmati sulla carta, al rifiuto di una adeguazione ai clich\u00e9 del bello o sinuoso come ce lo propinano media e <i>advertisement<\/i>, quasi a recuperare una condizione originaria e primitiva di spontaneit\u00e0 e immediatezza che non voleva filtri, convenzioni, clich\u00e9, ma semplicit\u00e0 e verit\u00e0 ontologica. Ho cos\u00ec evitato elaborazione, in qualche caso anche colore, del tutto sfumatura e complessit\u00e0, a favore di viscere, ingenuit\u00e0, sprovvedutezza e rischio estetico. L\u2019obiettivo del <i>divertissement <\/i>era, ancora una volta, il mio \u201critorno al futuro\u201d, un viaggio <i>\u00e0 rebours<\/i> nel <i>mythos fondativo<\/i> della mia infanzia e di un mondo <i>paleo pop<\/i>, che \u00e8 quello del Paul Anka che apre queste riflessioni. Di esso fan parte Rita Pavone e la \u201cdiva anni \u201860\u201d, Johnny Hallyday e il clown della copertina di \u201cAddio mondo crudele\u201d, San Francesco che parla col lupo, ma anche Pinocchio e la Fata, l\u2019albero di Natale e Diabolik, Milva e un Cristo pop, Santa Rita da Cascia e Garko\u2026 in una sorta di fessura temporale ove tutto \u00e8 sinottico e innocente, sacro e profano, profondo e lieve.<\/p>\n<p>Come lo \u00e8 stata la mia infanzia.<\/p>\n<p>Forse mi hanno aiutato in questa libert\u00e0 espressiva i corsi di pittura che tenevo, da studente universitario, ai bambini delle colonie elioterapiche del Comune di Bergamo, seguendo il metodo totalmente creativo e anarchico di Arno Stern. Forse una lunga educazione visiva che risale agli anni della scuola elementare quando, leggendo avidamente tutta la letteratura per ragazzi, mi appassionavo alle immagini che la commentavano, come quelle della grande illustratrice Carla Ruffinelli, che mi colpirono nel cuore. E comunque, sempre, mi ha sostenuto un\u2019idea che informa radicalmente la mia estetica: nell\u2019ambito della bellezza, adeguarsi a una legge significa infrangerne il senso profondo. E a me, che canto, le seguenti parole, attribuite alla grande attrice e cantante americana Julie London, sono risultate illuminanti per ogni ambito espressivo: \u201cI\u2019m sure any vocal teacher that listens to me would rather cut my throat than do anything \u2013 I do everything all wrong \u2013 but I think for me that\u2019s the best \u2013 because I don\u2019t think I have a voice so I think what I project would be style \u2013 if I learned to sing I\u2019d lose my style\u201d (\u201cSono sicura che qualsiasi vocal coach che mi ascoltasse preferirebbe tagliarmi la gola che intervenire \u2013 faccio ogni cosa nel modo sbagliato \u2013 ma penso che per me quello \u00e8 il meglio \u2013 dato che non penso di avere una voce, penso che devo progettare uno stile \u2013 se imparassi a cantare perderei il mio stile\u201d).<\/p>\n<p>Ecco, vorrei che queste immagini primitive e caotiche che volentieri dono ai miei lettori fossero anche per loro una splendida occasione <i>regressiva<\/i>, ove il libero gioco delle nostre facolt\u00e0, come voleva Kant nell\u2019esperienza estetica, si incontrasse con il libero gioco dell\u2019infanzia, forse la pi\u00f9 alta esperienza d\u2019arte che ciascuno di noi ha mai vissuto, e che tale incontro di libert\u00e0 contribuisse a generare nuove occasioni di futuro, di felicit\u00e0 e di vita.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p align=\"right\"><i>Claudio Sottocornola<\/i><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Mentre scrivo queste note introduttive ai disegni di \u201cPop Ideas\u201d ho ancora nella testa le note di\u00a0 un cd appena acquistato con 21 pezzi storici di Paul Anka, teen-idol anni \u201950 e \u201960 di origine libanese che spopol\u00f2 in America &hellip; <a href=\"https:\/\/www.claudiosottocornola-claude.com\/wordpress\/archives\/5301\">Continua a leggere<span class=\"meta-nav\">&rarr;<\/span><\/a><\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[1],"tags":[],"class_list":["post-5301","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-senza-categoria"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.claudiosottocornola-claude.com\/wordpress\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/5301","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.claudiosottocornola-claude.com\/wordpress\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.claudiosottocornola-claude.com\/wordpress\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.claudiosottocornola-claude.com\/wordpress\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.claudiosottocornola-claude.com\/wordpress\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=5301"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/www.claudiosottocornola-claude.com\/wordpress\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/5301\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":5517,"href":"https:\/\/www.claudiosottocornola-claude.com\/wordpress\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/5301\/revisions\/5517"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.claudiosottocornola-claude.com\/wordpress\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=5301"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.claudiosottocornola-claude.com\/wordpress\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=5301"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.claudiosottocornola-claude.com\/wordpress\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=5301"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}