Abbiamo bisogno di “Parole buone”
e il nuovo libro di Sottocornola ce lo ricorda

Canto, Evoluzione, Virtù, Educazione, Amore, Bellezza, Gioia, Confessione, Nostalgia, Paese, Preghiera…sono solo alcuni dei termini che Claudio Sottocornola, filosofo, scrittore, giornalista e performer, analizza in “Parole buone” (Marna/Velar, pp. 228), appena editato in formato ebook e a stampa in tiratura limitata. Si tratta di una sorta di “dizionario minimo” a cavallo tra filosofia ed esistenza, che l’autore compone alla luce di un approccio ermeneutico e musicale che lo conduce pian piano dal frammento al sistema, dal particolare al generale, dalla scissione all’unità. La scelta del titolo sembra riferirsi non già a parole selezionate in virtù di una loro presunta “bontà intrinseca” (compaiono infatti anche termini più ambivalenti, come bruttezza, osceno, decisamente inquietanti, come Covid-19, o controversi come il Sessantotto), ma piuttosto all’approccio utilizzato, che è inclusivo, aperto alla mediazione delle apparenti aporie e al dialogo delle opposte visioni, in nome di una empatia intellettuale che, almeno programmaticamente, vorrebbe generare armonia e valore condiviso.

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Sottocornola viene generalmente presentato dalla stampa come “filosofo del pop” per le sue lezioni-concerto in cui la canzone pop, rock e d’autore diviene strumento per ricostruire la storia sociale e del costume nel Secondo Novecento, ma anche per le sue ponderose pubblicazioni sulla popular culture, come i suggestivi “Saggi Pop” (Marna, 2018), quasi seicento pagine fra controculture giovanili, musica, cinema, Tv e moda, o le interviste ai grandi dello spettacolo italiano in “Varietà” (Marna, 2016). Tale definizione risulta tuttavia decisamente riduttiva in quanto il nostro autore da sempre sviluppa una riflessione a 360 gradi che coinvolge più in generale la ricerca di senso, a partire dagli stimoli dell’attualità, e dunque, oltre all’indagine della cultura pop, si inoltra nella analisi del sacro e della sua crisi nell’attuale contesto di civiltà (fra gli altri, vedi i saggi “The gift” (CLD, 2010), “I trascendentali traditi” (Velar, 2011), “Stella Polare” (Marna, 2013), “Coffee Break” (I Quindici, 2019), ambito in cui sembra inscriversi anche quest’ultima opera, ricca di stimoli teoretici e speculativi. Del resto Sottocornola, ordinario di Filosofia e Storia nei licei, è stato anche docente IRC, ha insegnato Materie letterarie, Scienze dell’educazione, Storia della canzone e dello Spettacolo alla Terza Università di Bergamo, ha insomma inanellato svariate competenze e assunto prospettive diverse sulla realtà, che lo predispongono ad un approccio globale, appunto ermeneutico e interpretativo, libero da cliché e maglie disciplinari troppo strette. Non a caso pop e sacro sono temi che in lui si accompagnano ad una terza pista di indagine, riferibile ad un autobiografismo inteso come ambito di risonanza di un’esperienza del reale, che assume valenze gnoseologiche, ontologiche e metafisiche, come nelle raccolte di versi (“Giovinezza… addio. Diario di fine ‘900 in versi”, Velar, 2008; “Nugae, nugellae, lampi”, Velar, 2009) tradotte in più lingue, nelle ricerche visive ( “Eighties/laudes creaturarum ‘81”, 2007; “Il giardino di mia madre e altri luoghi”, 2010; “Pop Ideas” (2018), nella stessa indagine musicale attraverso live, cd, dvd, pendrive, web (“L’appuntamento 1,2,3”, “Working Class”, “Una notte in Italia”, Bootleg/Blitz”).

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La sintesi culturale di Claudio Sottocornola, a cavallo fra post-moderno e classicità, si realizza dunque non come rigida specializzazione relativa a un ambito o settore, essendo in certo qual modo il suo un approccio olistico e globale, ma nella moltiplicazione dei punti di vista e delle modalità performative, che spaziano dalla canzone alla poesia, dalla pubblicistica alla saggistica, dalla fotografia al collage e al disegno, dove l’elemento postmoderno è dato dalla inquieta moltiplicazione degli strumenti espressivi, quasi a segnalare l’inadeguatezza di un unico sguardo a cogliere una realtà sempre più liquida, ambivalente, inafferrabile, mentre dall’altro l’elemento di classicità è segnalato dal fatto che, in maniera evidente ed estremamente efficace, il nostro realizza di tutto ciò una esperienza  unitaria  intorno al suo essere filosofo che utilizza musica, poesia, immagine, per restituirci la sua visione della realtà, e questo attraverso uno stile, un gusto, una interpretazione appunto dotata di coerenza, capacità evocativa, equilibrio fra prospettivismo e lucida delineazione di un assetto di valori che non si equivalgono, ma esigono il riconoscimento di una diversa intensità e peso ontologico.

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Circa la genesi di quest’ultimo lavoro, il filosofo-interprete ricorda che,  a margine di un progetto comune e in divenire, l’amico e scrittore Donato Zoppo gli chiese di definire alcuni termini, da cui egli decise di far partire una riflessione molto più articolata, quasi a rivisitare ambiti e concetti rimasti in sospeso nei precedenti lavori…  “Alla fine – conclude Sottocornola – mi sono accorto, senza che potessi prevederne l’esito, di avere affrontato tante questioni che riguardano il senso del nostro esistere, la ricerca di valore, l’esperienza della bellezza, l’aspirazione all’Assoluto, in quanto le richieste formulatemi dall’amico erano semplici parole, che avrei potuto sviluppare nelle più diverse direzioni. Insomma, ne è nato una sorta di dizionario minimo filosofico che spero possa piacere al lettore, ma più che altro stimolarlo a crearsi, magari proprio a partire dagli stessi termini analizzati, una propria mappa linguistico-concettuale – ma vorrei dire etico-esistenziale – che lo aiuti ad attraversare la geografia della vita con maggiore serenità e determinazione, dotato degli strumenti che possono facilitare o, quanto meno, rendere meno incerto il cammino”.

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Chi si aspettasse poi che le “parole buone” di Sottocornola siano generative di relax psicologico, quasi anestetizzanti dal dolore e dalla problematicità della vita, dovrà certamente ricredersi nel corso della lettura, che non lascia mancare sorprese, svolte impreviste, asperità diffuse, vere e proprie denunce storico-epocali (per esempio relative al predominio dell’economia o della tecnica nella società contemporanea)   quando non appassionate invettive, come nella testimonianza finale che l’autore ha voluto inserire come post-scriptum alla stesura del libro, avvenuta prevalentemente nel 2018 e 2019, e dedicata alla epidemia di Covid-19 che ha devastato la sua Bergamo, e reca fra l’altro la seguente citazione, tratta da un’intervista ad un operaio della Val Seriana apparsa su “Gli Stati generali”:  “Ho scoperto che non lavoro per vivere ma vivo per lavorare e quindi sono sacrificabile”. Evidente endorsement a quanti, oggi anche attraverso iniziative giudiziarie, indicano nella mancata istituzione di una “zona rossa” ad Alzano e Nembro, a causa di rilevanti interessi economici internazionali, la ragione principale dell’ecatombe bergamasca nella pandemia in corso.

E proprio per questo l’autore, che ha deciso di posticipare la pubblicazione del libro alla fine del lockdown e ha voluto farne una versione ebook scaricabile gratuitamente, ha ritenuto ancora attuale il messaggio contenuto nel libro: “ … perché le “parole buone” che ho cercato di pronunciare in questo libro mi appaiono ancora leggibili, se pur precedenti la grande tragedia che ha attraversato le nostre terre e la nostra gente, e forse mi appaiono leggibili perché il bene che vorrebbero esprimere – per citare il titolo di un’illuminante opera del teologo Luigi Maria Epicoco (che a sua volta si ispira a Bernanos) – è ‘Sale, non miele’, vale a dire invito alla consapevolezza e, in questa, all’impegno, piuttosto che a una quiescente  accettazione del dato”. E allora si spiega perché pars construens e pars destruens, armonia e conflitto, estasi e denuncia convivano nelle pagine di questo libro, che non lascia indifferenti ma, volta a volta, turbati, sorpresi, riconciliati.

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Perché per Sottocornola “ogni parola, se pronunciata con amore, è una ‘parola buona’, e una lingua benedicente redime il mondo e produce un’esperienza di grazia”. Se tante sono le influenze che si appalesano nel libro, da Platone a Kant, da Confucio a Heidegger, da Marx a Hegel, la presenza più rilevante appare tuttavia quella di una fede cristiana declinata come strutturalmente aperta all’incontro perché – annota l’autore – “vi è una ontologia, una gnoseologia e un’etica superiore nell’adempiere al compito di cercare la verità attraverso l’armonia delle sue varie manifestazioni, come si evince dalla benevolenza, dal rispetto e dalla pace che tale disposizione genera e produce, e dunque dalla fenomenologia salvifica che suscita come propria intrinseca manifestazione o ‘rivelazione’, secondo l’attitudine ermeneutica del Buon Pastore, che mantiene sempre la propria disponibilità ontologica e gnoseologica all’incontro con l’altro…”.

Aprono e chiudono il volume i termini “parola” ed “equilibrio”, a identificare una sorta di fil rouge che accompagna l’indagine e connette il logos stoico a quello giovanneo, la parola heideggerianamente intesa come rivelatrice  e insieme la parola come fondamento ontologico assoluto, e tutto questo in una cornice esigenziale di unità, ordine, armonia, disposizioni che la lettura del libro suscita ed evoca, lasciandocene una indefinita nostalgia.

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