Tra voglia di vivere e disincanto, il nuovo libro di
Claudio Sottocornola

“Quella voglia di vivere che non c’è più. Emergere dal disincanto postmoderno” (Oltre Edizioni) è il nuovo libro di Claudio Sottocornola, quindici brevi saggi sulla crisi antropologica contemporanea e sulle corrispondenti possibili opzioni di resilienza. Ripresi, in forma più estesa, dalla loro originaria destinazione per due storiche testate fra teologia e attualità, “Il Cenacolo” e “Missione Salute”, essi spaziano dai temi ecologici a quelli pedagogici, dall’estetica all’ecumenismo religioso, dalle inquietanti prospettive tecnologico-digitali alle derive emozionali e sentimentali della civiltà corrente, dalla denuncia del diffuso formalismo amministrativo alla rivalutazione del pensiero sapienziale e creativo, invitando il lettore a ripensare la propria esperienza alla luce di un approccio esistenziale empatico e umanizzante.

Sottocornola infatti propone una sorta di epistemologia dell’esistenza che contrappone all’eccesso di analitica scientifica che deborda anche nelle discipline umanistiche, snaturandone il metodo e il fine, quella intelligenza poetica che è invece strutturale alla conoscenza dell’uomo e a una correlata qualità della vita, che non sia solo caratterizzata da produzione e consumo. La critica al tardo capitalismo – nella sua veste prevalentemente finanziaria – non è però in primis di natura economica, ma culturale, in quanto promotore di efficientismo tecnico-produttivo fine a sé stesso piuttosto che incentivo alla realizzazione dell’uomo e alla valorizzazione del pianeta. La metodologia adottata dall’autore sembra situarsi all’incrocio fra Agostino, Tommaso e Vattimo, laddove da un lato egli non manca di porre a riflessione la propria dimensione esistenziale e biografica, dall’altro procede ad una argomentazione rigorosa che tende a sistematizzare in ampie compagini le acquisizioni della cultura e del sapere, nel mentre tuttavia ne sottolinea il carattere relativo, situato e prospettico. Un approccio insomma in piena sintonia con le esigenze e aspettative epistemologiche dell’uomo di oggi, lasciato in tal modo libero di autodeterminarsi rispetto a contenuti, conclusioni, opzioni praticabili. E tuttavia sollecitato ad andare oltre il frammento in vista di un orizzonte più vasto, di significato, di senso, di possibile liberazione.

Tema centrale e sotteso a tutto il volume è quello del declino, correlato in generale allo scorrere del tempo ma, anche, a quello che sembra più nello specifico il destino dell’Occidente, ove tutto sembra concorrere a un dilagante disorientamento collettivo: la dissoluzione di prospettive condivise, l’incarognimento sociale connesso alla desertificazione del territorio, l’incapacità a gestire efficacemente i cambiamenti in atto connessi a sicurezza, migrazioni e crisi della politica, la stessa perdita di significato sociale della dimensione spirituale e religiosa, e soprattutto una scansione deumanizzante dei ritmi di lavoro, tempo libero, riposo.

La risposta alla domanda di senso o di riqualificazione del senso è però per Sottocornola rintracciabile proprio nelle pieghe di quella esistenza – eventualmente in crisi – che diviene pertanto non solo oggetto di riflessione, ma anche di illuminazione e riscatto, e dunque prassi salvifica: “…l’antidoto alla disumanizzazione crescente sembra proprio risiedere in una rinnovata attenzione all’hic et nunc della nostra esistenza, ove possiamo, per esempio, sforzarci nel tornare a godere di un paesaggio, sostare a chiacchierare con un amico, un parente, un anziano, fare una telefonata a lungo rinviata per esprimere la nostra vicinanza a una persona sola o malata, aprire un libro per leggere finalmente, magari dopo tanti anni di solo cronaca nera, una poesia o un saggio, visitare una mostra d’arte senza fretta e scelta senza affidarsi ai soliti spot, provare ad assumere il punto di vista dell’altro e a metterci nei suoi panni, ricordare e fare memoria delle cose belle o comunque significative, anche se dolorose, che abbiamo vissuto, come una promozione, una festa, un incontro, ma anche un lutto, una malattia, una convalescenza. Umanizzare la vita non è, come può sembrare, la decisione di un istante, ma comporta un apprendistato, un impegno, un esercizio che si dipana giorno dopo giorno”.

Ma per Sottocornola questo è possibile, come voleva Agostino, a patto di rientrare in sé stessi, di lasciar andare le sollecitazioni venali per concentrarsi su ciò che conta davvero: la vita, la sua apertura all’altro, l’impegno a manifestarla in tutta la sua pienezza, la disponibilità alla condivisione entro un orizzonte di senso che dipende anche da noi e comporta “un ritrovarsi nella totalità che è esperienza eminentemente liberatoria, anche rispetto ad ogni ordine meccanico, tecnologico, algoritmico”.

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